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L’Argentina diurna era perfettamente normale: traffico, negozi, cinema, teatri. C’era però un’altra Argentina, quella notturna in cui uomini in borghese sequestravano, portavano via i giovani e saccheggiavano le case. Si è capito molto dopo quale fosse il sistema perché sul momento era qualcosa di impensabile. I giovani erano sequestrati e fatti sparire nelle centinaia di centri clandestini di detenzione che si trovavano in tutto il Paese. Venivano sottoposti a tortura per avere i nomi di altri militanti. Quando ci riuscivano, partivano subito a cercarli. Il problema era che una volta che dal torturato erano state estratte tutte le informazioni possibili, i militari non sapevano cosa farne e allora è nata l’idea di far sparire i cadaveri. Così hanno iniziato a buttare i morti in mare per farli sparire.”

 

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I centri clandestini di detenzione e tortura arrivarono a essere più di 600. All’interno i detenuti erano torturati con tecniche estremamente crudeli, fra cui la picana: elettrodi collegati a un’automobile, o a un motore, e posti sul corpo dei torturati.

I centri clandestini furono dei veri e propri luoghi dell’orrore: fuori dal controllo delle istituzioni formali, spesso dipendevano dalla fazione militare che li gestiva e in quel modo era difficile capire, per gli stessi militari, chi fosse detenuto illegalmente.”

 

 

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"La desparición è una metodologia repressiva diabolicamente perfetta. Nella mente umana se non c’è un cadavere, non c’è il morto. Non si può credere che una persona che fino a poco tempo fa stava lì con te ora sia deceduta se non c’è il cadavere a testimoniarlo. Ci si aggrappa alla speranza che finirà per apparire. La cosa tremenda della desaparición è che uccide due volte perché nonostante tu sappia che il tuo familiare è morto, non riesci a crederlo. Ci sono genitori e fratelli che ancora oggi aspettano perché non riescono ad accettare che un ragazzo, magari di 14 o 15 anni, sia morto.”

 

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Si accanirono contro donne e bambini. Rapire i bambini serviva a distruggere le famiglie dei desaparecidos con l’obiettivo di eliminare per sempre un tessuto sociale potenzialmente pericoloso e in grado di opporsi alla dittatura.”

 

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Ho sofferto due volte, durante la prigionia e dopo la liberazione, perché negli occhi degli altri vedevo il dubbio:

-Perché tu sei vivo e gli altri no?!

E io non sapevo cosa dire. I militari avevano la loro logica, i loro piani d’azione. Loro sceglievano chi doveva sparire e chi doveva riapparire. La gente aveva paura… e noi resuscitati servivamo proprio a questo: seminare il terrore perché chi usciva vivo aveva lo stesso aspetto di un morto.

Chi non è morto continuerà a sentirsi in colpa per esserne uscito vivo. Molti dei sopravvissuti non hanno resistito al dolore. O sono morti di crepacuore o si sono chiusi in se stessi cercando di dimenticare.”

 

 

 

 

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"L’attività delle madri iniziò ogni giovedì in Plaza de Mayo, con gli appelli alle autorità e a chi aveva adottato bambini illegalmente.

Quando ricevevano una segnalazione, quasi sempre anonima, di un possibile figlio di desaparecidos, organizzavano una stretta sorveglianza della casa, della scuola o dell’asilo. Fotografavano il bambino per fare i riconoscimenti.

Alcune di loro andarono a lavorare come cameriere presso le famiglie sospette allo scopo di stare vicino al bambino e raccogliere delle prove, ma l’individuazione era solo il primo passo. Poi bisognava ricorrere in tribunale. Spesso i giudici erano ostili alle madri di Plaza de Mayo e non sempre riuscivano a vincere e, anche quando vincevano, non era facile riavvicinare i bambini alle loro famiglie.”

 

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Le madri marciavano attorno al monumento. In quella piazza l’Argentina aveva festeggiato l’indipendenza, osannato Peron, pianto Evita, ma ora apparteneva a loro e alla loro instancabile richiesta di verità e giustizia.”

 

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A volte ci viene chiesto perché eravamo solo donne. Dove

erano i padri? La verità è che non li volevamo, stavano agli angoli della piazza e se succedeva qualcosa ci aiutavano.

Con gli anni noi Madri siamo diventate un esempio per il mondo e lottiamo ancora oggi per chiedere verità e giustizia per i nostri figli scomparsi. La differenza però è che oggi non siamo più sole: sono in molti ad accompagnarci.

Con noi ci sono le madri, i padri, i figli e i nipoti; una parte di popolazione che non guarda più dall’altra parte e il silenzio intorno a noi si è rotto. È un cambiamento che ha a che fare con la democrazia, l’educazione e l’impegno.

 

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"Le vicende dei desaparecidos sardi erano entrate a far parte della storia dell’Argentina e la sete di giustizia portò alle condanne degli assassini: i sardi non volevano dimenticare, né perdonare.

Non conosciamo la sorte di Martino Mastinu, ma sappiamo il modo in cui fu sequestrato, i nomi dei militari che andarono a prenderlo, come e quando uccisero Mario Bonarino Marras. Ci sono i testimoni che videro e raccontarono. Per questo i due sardi sono diventati il simbolo del processo che si è celebrato a Roma contro i militari argentini e quindi, idealmente, rappresentano tutti i desaparecidos italiani.

Dalla memoria dei sopravvissuti emersero altri nomi di desaparecidos di origine sarda fino ad allora sconosciuti e sui quali si iniziò a investigare. Giuseppe Ghisu di Orosei, sequestrato nella città di Palomar nel luglio del 1976, Vittorio e Anna Maria Perdighe originari di Samugheo, Mario Zidda assassinato a Pacheco nel 1974 e Francesco Zidda operaio della Fiat, scomparso nel giugno del 1977…”

 

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Nessuno dovrebbe accontentarsi. Dovrebbe continuare a chiedere fino all’ultimo momento, perché l’impunità permette che questo tipo di delitti si ripetano.”